Nelle ultime due settimane ho fatto una cosa molto intelligente. Talmente intelligente che non mi paga nessuno per farla e la definizione ufficiale resta quella, sempre vagamente sospetta, di “passione”.
Il 7 marzo ero su e giù dal Monte Prealba, alla 24h Up&Down, per 22 ore e 38 minuti, collezionando 114,5 km e 7437 metri di dislivello positivo. Il 21 marzo invece ero alla Chianti Ultra Trail by UTMB, 120 km e 5100 metri di dislivello positivo chiusi in 18 ore e 6 minuti.
Il totale, per chi ama i numeri e per chi vuole materiale da usare contro di me in un futuro dibattito sulla salute mentale, è questo: 234,5 km, 12.537 metri di dislivello positivo e 40 ore e 44 minuti di gara in appena due settimane.
E no, questo conteggio non tiene nemmeno conto degli allenamenti fatti tra una gara e l’altra. Per fortuna. Perché a un certo punto anche i numeri, se li provochi troppo, iniziano a guardarti male.
Le due gare però non sono state affatto uguali. La prima era una faccenda mentale. Mi serviva per adattare la testa alla noia, alla ripetizione, al gesto che si consuma e si rigenera identico per ore. Su e giù. Su e giù. Su e giù. Una specie di meditazione, ma meno elegante e con più sudore, che ricorda insomma vagamente il bel sesso senza però il piacere del sesso... Un piccolo laboratorio per capire cosa resta in piedi quando il corpo comincia a trattare con la mente e la mente, come spesso accade, prova a fare la furba.
La seconda invece aveva un obiettivo molto concreto: portarmi a casa 4 stones per il Monte Bianco. Tradotto dal dialetto ultratrailistico: 4 biglietti della lotteria per la UTMB. E siccome prima o poi da quelle parti voglio tornarci davvero, era il caso di smettere di filosofeggiare e iniziare a mettere nel sacco qualcosa di utile prima che mi impediscano di partecipare per anzianità.
Tra le due gare, a fare da ponte, non c’è stata una settimana zen di recupero attivo, massaggi e tisane depurative. C’è stata una dissenteria piuttosto democratica, di quelle che non fanno differenze tra calendario, preparazione o ambizioni personali. Diciamo che ho avuto anche il privilegio di concimare due regioni e contribuire generosamente alla causa dei bagni chimici. Non era previsto nel piano di allenamento, ma ormai a una certa età bisogna riconoscere che il corpo ama inserire elementi narrativi non richiesti.
E qui apro una parentesi utile alla collettività: il prossimo che resta a letto con la dissenteria pensando che la vita sia finita sappia che, in linea puramente teorica e con discutibile senso del limite, si possono anche fare 100 km a piedi. Non solo il classico percorso divano-cesso. Non sto dicendo che sia una buona idea. Sto solo dicendo che la letteratura del gesto tecnico meriterebbe di aggiornarsi.
La verità è che in queste due settimane ho messo insieme esattamente quello che sono. Un asino, sì, ma con una certa rettitudine. Cocciuto in modo quasi professionale. Uno che continua a cercare il punto in cui la fatica smette di essere un ostacolo e diventa una lingua. Perché dopo tante ore là fuori non stai più solo correndo. Stai parlando con la parte più ruvida di te. Quella che non ama le scorciatoie, non si fida troppo delle formule preconfezionate e ogni tanto sceglie la strada più scomoda solo per vedere se è ancora viva...
E poi c’è il mio solito doppio sguardo, quello da atleta e da organizzatore, che dopo certe gare si accende ancora di più. Il bagno chimico, ad esempio, costa, certo, ma serve eccome: non solo per motivi fin troppo evidenti, ma anche perché a una certa punto, quando sei cotto e piegato come una graffetta usata, può diventare perfino un insospettabile punto d’appoggio per un microsonno tecnico.
Le balise messe in quantità industriale sul bordo di un ruscelletto invece, se sei fresco, magari aiutano; ma se sei come me, devastato, di notte e in pieno dialogo con i deliri, nel ruscelletto ci finisci lo stesso, quindi forse più che altre fettucce servirebbero direttamente gli stivali da addetto agli spurghi.
La medaglia finisher poi va data, senza discussioni: se alla Chianti non ci fosse stata, credo che avrei ammazzato qualcuno oppure ne avrei rubata una in un negozio di souvenir pur di non tornare a casa a mani vuote dopo 120 km.
E i parcheggi? Indispensabili. Anche se alla Chianti erano a chilometri di distanza e le navette sembravano andare e venire con una logica tutta loro, forse colpa del Chianti, ma di quello in bottiglia. Tradotto in lingua organizzativa: al PanoramicTrail meglio averli più vicini, oppure vietiamo il vino e imponiamo l’olio d’oliva, in omaggio al territorio.
Ironia a parte, la verità è più semplice: a Malcesine in ottobre forse è più saggio non superare i 20.000 iscritti , perché l’entusiasmo è bellissimo, ma la logistica, prima o poi, presenta il conto...
Nel frattempo prendiamo appunti, limiamo dettagli e trasformiamo deliri utili in organizzazione concreta: le iscrizioni al nostro PanoramicTrail di ottobre aprono il 1 aprile.
LINK alla pagina del PanoramicTrail
John Benamati
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