Stavo entrando nel teatro di Bucine accompagnando Ivan Cappellari. Io, quello che vede. Lui, quello che non vede.
Ho preso in pieno e in faccia lo stipite della porta. Ivan ha sentito il colpo e non ha perso neppure mezzo secondo:
«Che fai, John, mi rubi il lavoro?»
A quel punto l’incontro sull’inclusione poteva ufficialmente cominciare. Forse poteva anche finire lì, perché in pochi secondi avevamo già smontato parecchi pregiudizi: il non vedente non era quello fragile da accompagnare in silenzio, ma quello che aveva capito perfettamente cosa fosse successo e si era preso il diritto di prendermi in giro. Quello in difficoltà, almeno davanti a quella porta, ero io.
Oggi ho partecipato come promoter di BeyondTheSightTEAMoltrelavista all’incontro con le classi dell’Istituto Comprensivo di Bucine, organizzato all’interno del Valdambra Trail. Una mattinata nella quale si sono incrociate esperienze molto diverse: il diabete di tipo 1 raccontato da Marzia Franci, lo sport paralimpico vissuto da Andrea Feri, le montagne di Andrea Lanfri, il progetto K-Bike, Zero Passi e la storia sportiva di Ivan insieme alla sua guida Anna Lia Chiti.
Il rischio, in occasioni come questa, è assumere un’espressione grave, pronunciare molte volte la parola “resilienza” e trasformare gli ospiti in santini motivazionali. Poi partono gli applausi, tutti si sentono leggermente migliori e il giorno successivo il mondo ricomincia a produrre gli stessi ostacoli di prima.
La resilienza, poveretta, è stata utilizzata così tanto che avrebbe diritto almeno a un anno sabbatico.
Oggi, invece, sul palco non c’era un catalogo delle disgrazie né un podio delle difficoltà. C’erano persone con esperienze e caratteri differenti. Non erano lì per dimostrare che con la forza di volontà si possa superare qualsiasi cosa, perché non è vero.
La volontà conta, ma da sola non cura il diabete, non restituisce la vista e non rende accessibile un sentiero. Servono medici, guide, associazioni, strumenti, amministrazioni disponibili e organizzatori capaci di assumersi qualche responsabilità.
Quando è arrivato il nostro momento, Ivan non aveva bisogno che raccontassi la sua vita al posto suo. Io dovevo spiegare ciò che stiamo costruendo intorno alla sua esperienza e a quella di Anna Lia.
BeyondTheSight non racconta una persona che salva l’altra. Anna Lia non trascina Ivan e Ivan non si limita a seguirla. Lei legge il terreno e comunica ostacoli, direzione e cambi di fondo; lui interpreta quelle informazioni, prende decisioni e mette le gambe. La fiducia non è una bella parola da stampare su una maglietta: è uno strumento tecnico costruito attraverso allenamenti, errori e chilometri condivisi.
Il nostro compito come associazione non è trasformarli in personaggi straordinari, ma permettere loro di partecipare alle gare senza dover ricominciare ogni volta il processo sulla propria presunta pericolosità.
Ancora oggi pretendiamo che una persona con disabilità sia eccezionale prima di riconoscerle ciò che agli altri concediamo normalmente. Deve essere preparatissima, coraggiosa, sorridente e possibilmente dotata di una storia commovente.
Ma l’inclusione non dovrebbe essere un premio riservato agli eroi!
Anche la K-Bike mostrata oggi racconta bene questa differenza. Quando diventa reale, l’inclusione ha ruote, maniglie e bisogno di persone preparate che tirino e spingano. Costa, richiede formazione, organizzazione e fatica. È molto meno poetica di un hashtag, ma funziona decisamente meglio.
Lo sport non risolve tutto e non guarisce magicamente le persone. Fa qualcosa di meno spettacolare e molto più utile: offre un terreno sul quale misurarsi, sbagliare, imparare, fidarsi e appartenere.
Domani Ivan e Anna Lia saranno alla partenza della Disertore Trail: 65 chilometri e 2.900 metri di dislivello positivo. Non correranno per dimostrare che un atleta non vedente può fare qualsiasi cosa. Correranno perché hanno scelto quella gara e vogliono affrontarla. Potrebbero arrivare oppure ritirarsi, esattamente come gli altri.
Anche il diritto di fallire fa parte dell’inclusione.
Oggi nel teatro di Bucine non c’era una classifica. Ma, se qualcosa spero sia uscito sconfitto, è la pietà: quella che immobilizza le persone mentre finge di volerle proteggere.
Quanto a me, ho ricevuto una lezione immediatamente applicabile.
Quando accompagni un atleta non vedente, guarda dove metti i piedi.
Lui forse non vedrà lo stipite. Ma se ci sbatti contro, puoi stare certo che se ne accorgerà.
John Benamati
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